Io sono uno che non litiga mai. Insomma, quasi mai. Mi lascio andare in famiglia, dove mi capita di esplodere in sfuriate con rottura di suppellettili, cosa che io stesso stento a credere.
Ma fuori, sul lavoro, con gli amici, nella vita quotidiana, no. Non riesco, sono geneticamente incapace di urlare al tipo che mi taglia la strada o di litigare con il collega che fa polemica per questioni di lavoro. Sono inadatto al confronto umano fatto di livelli sovrapposti di grida, per non dire delle “mani addosso”, cosa che non ho mai fatto nemmeno ai tempi delle elementari.
Mi dico che non ne vale la pena, ma forse, semplicemente, non ne sono capace.
C’è stato però un periodo della mia vita nel quale mi imponevo di farlo, di litigare intendo. Perchè pensavo fosse una parte imprescindibile del mio crescere, del passaggio dall’università al mondo del lavoro. Pensavo fosse necessario imparare ad alzare la voce, che vincere un aspro confronto verbale sarebbe stata la chiave del mio successo nella vita. In quel periodo conobbi il ragazzo di Gela.
Abitava con me nella mia prima casa postuniversitaria, vicino all’aeroporto di Pisa. C’eravamo io, lui e un terzo, molto più grande di noi, un muratore. Il terzo si faceva i cazzi suoi, mentre io e il ragazzo di Gela litigavamo quotidianamente.
Lui aveva, ai miei occhi, tutti gli stereotipi che un leghista medio applicherebbe a un ragazzo di Gela (intendo i leghisti di una volta, quelli che ce l’avevano con i terroni, non quelli di oggi che ce l’hanno con i negri). Io ero, ai suoi occhi, una merda d’uomo (ricordo tra i suoi insulti preferiti “fatti una lampada, che sei bianco da fare schifo”).
Io controbattevo perchè, mi dicevo, mi servirà nella vita, è la volta buona che cresci.
Insomma, è stato un periodo pessimo, aggravato dal fatto che per l’unica volta nella mia vita ho sofferto di insonnia e che avevo i gechi che mi giravano nella stanza.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso sono state le pulizie della casa, come spesso accade per questo tipo di convivenze. Un giorno ha detto che il mio stile di pulizia non era corretto, che da loro si usava gettare secchi d’acqua a terra e scopare fuori l’acqua (eravamo a pianoterra in una casa di campagna). Diceva che io ero sporco.
Alla fine c’è stata una litigata furiosa. Io, capito che quel lato del mio carattere non l’avrei più sanato, ho come al solito scelto una ritirata ignominiosa. Sono andato in camera e ho fatto le valigie.
Mentre scendevo lui mi urlava in faccia che mi avrebbe trovato ovunque, che avrebbe mandato qualcuno a cercarmi, che me l’avrebbe fatta pagare.
Sono andato alla Sant’Anna, dove ancora stava Barbara, mi sono messo a piangere al telefono con mio padre. Poi mi sono cercato un altro appartamento, da solo, non avrei più diviso la mia casa con nessun altro.
Non ho mai più rivisto il ragazzo di Gela, ma ancora oggi quando sento il nome della città siciliana penso se mai sarà cresciuto. Io no, ma l’avevo messo in conto.