Feeds:
Articoli
Commenti

Nel paese di Chissadove un bel giorno trovarono un elefante.
Che non sarebbe strano, se solo Chissadove si trovasse tra le giungle del Tigrestan, ma invece è proprio strano, visto che Chissadove si trova in Italia, tra Unposto e Quellaltro.
Il primo ad accorgersi dell’elefante fu Luciano, il fornaio.
Che, per mestiere, ogni notte si alzava alle quattro e attraversava la piazza del paese, svoltava dopo la chiesa e frenava puntando i piedi in terra di fronte al suo forno.
Quel bel giorno Luciano infilò il vialone, passò la piazza, svoltò dopo la chiesa e, nell’istante in cui puntava i piedi a terra, realizzò che poco prima aveva visto un elefante.
“Sto ancora sognando”, pensò.
Tornò indietro trascinandosi la bicicletta, passò la chiesa e lo vide.
Grande, grigio, mezzo addormentato. Un elefante. A Chissadove.
Il sindaco saltò fuori dal letto non appena sentì suonare il campanello e, senza nemmeno accorgersi che era ancora notte, si vestì e spalancò la porta.
Luciano il fornaio lo fissava con occhi spiritati e borbottava qualcosa a proposito di un elefante e della piazza.
“E’ matto, ma è pur sempre il fornaio”, pensò il sindaco, per il quale i filoncini croccanti di Luciano erano la seconda gioia della vita dopo la sua amata moglie.
Quindi lo seguì in piazza e furono in due a spalancare la bocca di fronte all’elefante, che li fissava con curiosità.
Da lì in poi fu un alternarsi di gente che passava per caso e si immobilizzava con altra gente che veniva dopo aver sentito che c’era un elefante e, nondimeno, una volta arrivata si immobilizzava a sua volta.
In poche parole quando il campanile, ignaro dell’elefante, suonò le otto la situazione era curiosa. In mezzo un elefante che muoveva lento la proboscide vagamente infastidito. Attorno tutti gli abitanti di Chissadove immobili con la bocca spalancata, che per fortuna in quella stagione non c’erano le zanzare altrimenti chissà quante ne avrebbero mangiate.
Ma già al rintocco delle otto e mezza lo stupore lasciò posto al caos e i presenti, come di solito si usa tra gli umani del pianeta terra, si divisero in fazioni pronte a litigare.
Il primo gruppo, capitanato da Luciano il fornaio, litigava sul perché un elefante fosse finito in piazza a Chissadove. Qualcuno tirava in ballo gli alieni, altri l’inquinamento atmosferico, altri ancora le migrazioni dei popoli. La voce si alzava senza che nessuno ci capisse niente.
Il secondo gruppo, che si stringeva attorno al sindaco, si concentrava invece sul cosa fare di un elefante in piazza a Chissadove.
“E’ una grande occasione per rilanciare il turismo”, esclamò Antonio l’albergatore, che già vedeva le sue stanze occupate per tutto l’anno da orde di bambini intenzionati ad ammirare l’elefante.
“No, facciamoci dei salamini di elefante”, provò ad inserirsi Piero il macellaio prima di essere sommersi da una bordata di fischi.
Un terzo gruppo propose di caricarlo sul camion dei traslochi e di portarlo in Africa o in Asia, che non erano molto ferrati sulla provenienza degli elefanti ma erano almeno tutti d’accordo che a Chissadove ci potevano stare solo pecore e mucche.
Così scorse la giornata, senza che nessuno si mettesse d’accordo su niente.
L’elefante li guardava curioso e ogni tanto faceva un passetto a destra o a sinistra giusto per non farsi addormentare le zampe.
Li vide accapigliarsi, stancarsi di discutere e infine tornare nelle loro case per il pranzo e la cena, diminuire ogni volta, alla fine sparire del tutto.
Quando si alzò la luna l’elefante era solo nella piazza di Chissadove.
“Nessuno ha pensato a darmi da mangiare e da bere”, mugugnò tra sé prima di chiudere gli occhi per il sonno.
Poche ore più tardi Luciano il fornaio infilò il vialone, passò la piazza, svoltò dopo la Chiesa e…
L’elefante era sparito, pensò. Tornò indietro trascinando la bicicletta pensando che forse era passato troppo in fretta.
Dove c’era l’elefante c’era un vuoto, che sembrava ancora più vuoto una volta tolto l’elefante.
Luciano il fornaio chiamò il sindaco, che svegliò l’albergatore, che chiese al prete di suonare le campane.
Non erano ancora le sei che tutto il paese di Chissadove era raccolto intorno a uno spazio vuoto, immobile e con la bocca aperta.
Ma non passò molto tempo prima che gli abitanti si scuotessero dallo stupore e ricominciassero, manco a dirlo, a litigare.
Chi pensava che quelli di Lìvicino erano venuti a rubarlo, chi pensava che fosse uno scherzo del prete, chi diceva meglio così e chi diceva peccato però.
Se fosse stato ancora lì l’elefante e se avesse potuto parlargli gli abitanti di Chissadove avrebbero saputo perché non c’era più.
“Perché mi annoio a vedervi litigare”, avrebbe detto l’elefante.
E poi, in qualche modo, sarebbe di nuovo sparito.

Uno scorfano

“Ah, io non chiederei di essere un gabbiano, nè un delfino; mi accontenterei di essere uno scorfano, ch’é il pesce più brutto del mare, pur di ritrovarmi laggiù, a scherzare in quell’acqua”. (L’isola di Arturo, Elsa Morante)

IMG_8698
(Tuerredda)

Per avere la forza di correre all’alba, prima di andare al lavoro, ci vuole un insieme di cose.
Motivazione, follia, entusiasmo, esibizionismo, altra follia.
Il tutto si fonde in un elemento che potremmo chiamare DSV (“dai si va”), che tuttavia non rappresenta affatto un valore stabile nel corso della giornata.
Ad esempio il DSV ha un picco il giorno precedente alla corsa mattutina, quando incontri l’amico inscimmiato di corsa e ti metti a confrontare tempi, km e a fare programmi per il futuro, straparlando di possibili mezze maratone già in settembre.
Poi viene la sera e per prepararti la roba sulla sedia serve che il DSV sia ancora abbastanza alto, che io odio dai tempi della scuola la preparazione della roba la sera precedente. Allora ti ripeti le date della mezza maratona e il DSV raggiunge il livello necessario per raccogliere scarpe e maglietta e puntare la sveglia.
Poi la notte, e per il DSV è il dramma. Al primo risveglio causa gatto che ha sete il DSV crolla. Al secondo risveglio causa gatto che ha fame la discesa continua. Al terzo risveglio causa gatto che vomita quello che ha bevuto e mangiato il DSV è quasi a zero.
Ma poi riprendi sonno e sogni di correre, correre, ti innegrisci come Bolt e fai il ralenty come Chariots of Fire. Tadandandandadan, il DSV sale.
Un’ora prima della sveglia apri gli occhi, vedi l’orario e capisci che anticipando la partenza potresti aggiungere qualche km, il DSV schizza in alto ma è solo un rimbalzo tecnico, ti riaddormenti subito.
La sveglia ti soprende con un DSV sdraiato sul fondo, ed è lì che distingui il campione, che prende il DSV per le orecchie e lo tira su, dall’appassionato, che deve raccogliere da qualche parte la motivazione, l’entusiasmo, l’esibizionismo ma soprattutto la follia necessari per prendere e andare.
Ai primi km di corsa il DSV ancora dorme con te oppure si è fermato allo stretching.
Poi vedi l’alba, senti l’aria fresca della mattina, ti torna in mente quella mezza di settembre che sembra di colpo possibile, e corri con il DSV alle stelle.
Gli ultimi sussulti del DSV ci sono quando scarichi i dati del tuo Garmin e quando ti vanti con i colleghi (ma coooomeeee faiiiii? eeeeeehh).
Poi di colpo ti svegli e pensi quello che non devi pensare: chi me lo fa fare.
Ma è solo questione di smaltire la stanchezza e di riincontrare l’amico.
Dai si va.

Che poi è curioso che di tutto quello di bello che potrei dire di Chia (Sud Sardegna, più vicino a Tunisi che a Olbia) e della mia lunghissima vacanza laggiù mi venga in mente di cominciare dalla raccolta differenziata.
Sarà che noi spezzini siamo in preda da un anno allo psicodramma della differenziata, in balia di un gestore che viene e va con la casualità della pertosse.
Fatto sta che eravamo appena arrivati nella nostra casetta e appena conosciuto la proprietaria lei ha iniziato a bombardarci di istruzioni sulla differenziata.
– L’umido va qua. La plastica qua, e SOLO, in sacchi trasparenti perchè controllano. Il metallo…
– Beh, con la plastica come a Spezia!
– NOOOOOO. Ecco perchè quelli di prima mi hanno unto tutta la plastica con una scatoletta di tonno!
– Da sola?
– NOOOOOO. Col vetro.
E così via, con domande a trabocchetto per vedere se abbiamo capito.
Fatto sta che il leit-motiv della vacanza è stata l’accuratezza con cui abbiamo diviso carta (che va da sola in contenitori di carta), vetro e metallo, plastica e umido.
Con la plastica, in particolare, che assumeva dimensione di gigantesco blob in attesa del passaggio a metà mese, coincidente peraltro con la vigilia della nostra partenza.
Al quarto sacco trasparente è arrivato il sospirato giorno e con soddisfazione abbiamo messo fuori il tutto. Per ritrovare tutto la mattina dopo.
Perchè non sono passati, ho immaginato io abituato ai ritmi spezzini.
PERCHE’ AVVETTE DIFFERENZIATTO MALE!!!, è sbottata la signora al momento dei saluti, LI HANNO LASCIATTI PERCHE’ NON SONO PERFETTI!
E ha cominciato a indicare microcorpuscoli estranei all’interno dei sacchi, incolpandoci del fatto che ora le toccava riaprire i sacchi e ridifferenziare tutto.
Il marito cercava di dirle che non potevano averli visti, ma lei era irremovibile.
Brava donna, bella casa. Ma non sbagliatele la differenziata.

Tra le categorie di persone che da sempre soffro ci sono quelli che l’avevano capito prima.
Avete presente la soddisfazione di un finale a sorpresa di quelli dico MA NO MA DAI MA FIGURATI?
Quelle soluzioni che la nostra generazione – assuefatta alle narrazioni banali e prevedibili – adorano tanto che a volte basta una mezzo rovesciamento per fare di un film o di un libro un fenomeno di culto?
Ecco, sappiate che – come per ogni cosa bella della vita – ci sono anche lì quelli che rovinano tutto.
Ti dicono “Ma come, si capiva benissimo già dal risvolto di copertina” oppure “Era tutto chiaro dai titoli di testa”.
E io, invariabilmente, odio.
Ai tempi dell’Università c’era una futura medica lucchese che sosteneva che “Assassinio sull’Orient Express” si intuisca dai primi capitoli.
No.
Poi, col tempo, ci sono stati gli “smontatori” dei Soliti Sospetti e del Sesto Senso.
No.
E ora è il turno dell’ultimo film di Tornatore, bello al di là del geniale meccanismo costruito dal regista ma comunque non abbastanza originale per impedire al cretino di turno di dire che si capiva tutto “dalla prima telefonata”, ovvero prima ancora che tutti si fossero seduti al cinema.
No.
E anche ammesso che il cretino di turno che non si aspetta i finali sia io, non ditemelo.
Lasciatemi nella mia incredulità, lasciatemi fare OOHH quando succede il colpo di scena.
E dopo non ditemi che l’avevate capito.

Stamani uscendo di casa ho visto la palmina nuova benedetta nell’ultima Pasqua appesa al suo posto apotropaico (il citofono).

Mi sono chiesto che fine abbia fatto la palmina dell’anno precedente visto che, come mi insegnavano i miei, è peccato buttarla nella spazzatura anche se è, a suo modo, scarica di benedizione.

Ma dove metterla, in quest’epoca di raccolta differenziata?

In proposito i vecchi avevano una soluzione, o almeno mio papà e mio zio facevano così: la bruciavano nel water.

Così la palmina scarica non finiva nella rumenta, Gesù non si arrabbiava e noi ci divertivamo un sacco con la puzza di bruciato in casa.

 

Discutere con i grillini

Discutere con i grillini è enormemente più faticoso che discutere con i berlusconiani.
Perchè nel caso del berlusca è facile essere in disaccordo con tutti gli argomenti che vengono proposti, è facile riconoscere un diverso da sè nel razzismo leghista o nella gestione disinvolta della politica a fini propri.
Oggi invece dobbiamo (dobbiamo?) discutere con i grillini, che partono a razzo con i minori costi della politica (e siamo d’accordo), la legge anticorruzione (e siamo d’accordo), sono tutti ladri vaffanculo è un’emergenza bruciamoli tutti (e facciamo finta che siamo d’accordo).
Quindi alla fine non sai che dirgli e rumini uno “speriamo che abbiate ragione”.
Perchè il punto chiave, che però non si può spiegare in una chiacchiera da bar, è che il grillino crede che la loro rivoluzione cambierà il mondo.
Che non ci saranno più politici che rubano, che mangiano su Mps, che si fanno pagare le vacanze dagli amici a cui danno appalti, che non sono disposti a ridurre il loro stipendio perchè sono lì per passione.
E da questo deve derivare, se stiamo alla loro visione, che non ci saranno nemmeno più falsi invalidi, gente che non stacca lo scontrino o che parcheggia nei posti per gli handicappati, nessuno più chiederà favori agli amici per lavorare, le vecchiette saranno aiutate ad attraversare la strada e sarà sereno duecento giorni l’anno.
Perchè, fuor di metafora, è impossibile immaginare una rivoluzione della politica se non si immagina una rivoluzione dei cittadini.
E’ impossibile immaginare politici migliori se non ci sono uomini migliori.
Chissà se i nostri concittadini novelli Savonarola sono pronti a esserlo.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 405 follower