Feeds:
Articoli
Commenti

Il vetro opaco

Ho un vetro opaco
nella mia testa
per tenerci dietro
quello che mi fa male
i ricordi indisponenti
i timori e le angosce.

Un vetro opaco non è un muro
che fa sparire le cose
il vetro opaco
si limita a nasconderle
a farti scorgere loro ombra in movimento
perchè in qualche modo hai bisogno
di sapere che ci sono.

Ogni tanto lo uso anche in amore
quel vetro opaco
ed è anche questa
una ricetta di sopravvivenza.

Surreale, demenziale, vagamente sgangherato.
Grant Heslov, sceneggiatore dell’eccellente Good Night, Good Luck, mette in scena con il suo socio Clooney come interprete e produttore l’incredibile e forse vera storia degli esperimenti psichici e soprannaturali dell’esercito americano.
Un giornalista allo sbando (Ewan McGregor) finisce in Kuwait al seguito dei soldati americani e lì incontra Lyn Cassady (Clooney), l’ultimo dei nuovi Jedi. Nell’avventuroso viaggio attraverso il deserto iracheno Cassady gli racconterà di come l’esercito americano decise a un certo punto di puntare sul “psichico”, finanziando esperimenti volti a creare soldati-asceti in grado di spostare nuvole, passare attraverso i muri e, ahimè, uccidere capre con la sola forza dello sguardo.
A comandare e ispira il nuovo esercito c’è uno strepitoso e allucinato Jeff Bridges, quasi un Lebowsky alle armi a suon di musica new age e di LSD. A mettere i bastoni fra le ruote e a rappresentare la parte oscura della forza un altrettanto bravo Kevin Spacey.
Insomma, gli ingredienti ci sono tutti per un grande film, continui ammiccamenti ai Coen inclusi. Ma l’insieme non funziona. Non è abbastanza demenziale, nè abbastanza serio. Tutta la seconda parte, finale incluso, diverte ma non convince.
Si salvano solo gli attori, tutti in parte, e soprattutto Clooney, secondo me in una delle migliori interpretazione della sua carriera.
Resta alla fine la curiosità sulla veridicità delle cose raccontate, visto che il libro di Jon Ronson dal quale è tratto il film si spaccia per racconto della realtà. Certo, ci sono le forzature della sceneggiatura. Ma chissà…

Il ragazzo di Gela

Io sono uno che non litiga mai. Insomma, quasi mai. Mi lascio andare in famiglia, dove mi capita di esplodere in sfuriate con rottura di suppellettili, cosa che io stesso stento a credere.

Ma fuori, sul lavoro, con gli amici, nella vita quotidiana, no. Non riesco, sono geneticamente incapace di urlare al tipo che mi taglia la strada o di litigare con il collega che fa polemica per questioni di lavoro. Sono inadatto al confronto umano fatto di livelli sovrapposti di grida, per non dire delle “mani addosso”, cosa che non ho mai fatto nemmeno ai tempi delle elementari.

Mi dico che non ne vale la pena, ma forse, semplicemente, non ne sono capace.

C’è stato però un periodo della mia vita nel quale mi imponevo di farlo, di litigare intendo. Perchè pensavo fosse una parte imprescindibile del mio crescere, del passaggio dall’università al mondo del lavoro. Pensavo fosse necessario imparare ad alzare la voce, che vincere un aspro confronto verbale sarebbe stata la chiave del mio successo nella vita. In quel periodo conobbi il ragazzo di Gela.

Abitava con me nella mia prima casa postuniversitaria, vicino all’aeroporto di Pisa. C’eravamo io, lui e un terzo, molto più grande di noi, un muratore. Il terzo si faceva i cazzi suoi, mentre io e il ragazzo di Gela litigavamo quotidianamente.

Lui aveva, ai miei occhi, tutti gli stereotipi che un leghista medio applicherebbe a un ragazzo di Gela (intendo i leghisti di una volta, quelli che ce l’avevano con i terroni, non quelli di oggi che ce l’hanno con i negri). Io ero, ai suoi occhi, una merda d’uomo (ricordo tra i suoi insulti preferiti “fatti una lampada, che sei bianco da fare schifo”).
Io controbattevo perchè, mi dicevo, mi servirà nella vita, è la volta buona che cresci.

Insomma, è stato un periodo pessimo, aggravato dal fatto che per l’unica volta nella mia vita ho sofferto di insonnia e che avevo i gechi che mi giravano nella stanza.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso sono state le pulizie della casa, come spesso accade per questo tipo di convivenze. Un giorno ha detto che il mio stile di pulizia non era corretto, che da loro si usava gettare secchi d’acqua a terra e scopare fuori l’acqua (eravamo a pianoterra in una casa di campagna). Diceva che io ero sporco.
Alla fine c’è stata una litigata furiosa. Io, capito che quel lato del mio carattere non l’avrei più sanato, ho come al solito scelto una ritirata ignominiosa. Sono andato in camera e ho fatto le valigie.

Mentre scendevo lui mi urlava in faccia che mi avrebbe trovato ovunque, che avrebbe mandato qualcuno a cercarmi, che me l’avrebbe fatta pagare.
Sono andato alla Sant’Anna, dove ancora stava Barbara, mi sono messo a piangere al telefono con mio padre. Poi mi sono cercato un altro appartamento, da solo, non avrei più diviso la mia casa con nessun altro.

Non ho mai più rivisto il ragazzo di Gela, ma ancora oggi quando sento il nome della città siciliana penso se mai sarà cresciuto. Io no, ma l’avevo messo in conto.

(ed ecco la poesia di Holdme che completa l’operazione cyrano. si sa chi è cyrano (lei), chi è cristiano (io) ma non chi è rossana (boh))

Per anni ti ho cercata,
nelle parole di un poeta ormai invecchiato,
nel sorriso di un amore mai dimenticato.

E poi un giorno ti ho trovata,
nella dolcezza di un respiro affannato,
nell’ardore di un bacio rubato.

Ma
il mio tempo, il tuo tempo
era ormai passato,
il tuo cuore, il mio cuore
a qualcuno era già stato donato.

E rimasi così, incastrato
in questo triste metaforico iato.

Thank you for smoking

Ieri si parlava di “Tra le nuvole” (ma meglio sarebbe il titolo originale “Up in the air”, chè quello italiano al solito fa abbastanza pena), l’ultimo film di Jason Reitman. E su consiglio di qualcuno ho recuperato “Thank you for smoking”, il primo film di successo del talentuoso regista, oggi anche ufficialmente sfidante all’Oscar del favoritissimo “Avatar”.
Ecco, “Thank you for smoking” è “Tra le nuvole” depurato del faccione di Clooney e della tentazione di fare una love story – ancorchè senza happy end – per il grande pubblico pagante e sognante.
“Thank you for smoking” è Reitman allo stato puro, quello che avremmo bene conosciuto nel successivo “Juno”: ironia, cinismo, dialoghi al fulmicotone, regia originale.
E’ la storia di Nick Naylor, interpretato da un azzeccatissimo Aaron Eckart, il cui sorriso sornione e bellissimo non ha ancora avuto il successo meritato nel panorama hollywoodiano. Nick, come il Ryan di Clooney, sembra l’antieroe per eccellenza: Ryan licenzia le persone, Nick fa il lobbista per le multinazionali del tabacco. E lo fa in modo eccellente, vincendo complicati dibattiti televisivi nei quali viene contrapposto a bambini malati di cancro ed affrontando senza batter ciglio senatori agguerriti (il bravissimo William Macy) e situazioni paradossali (come l’incontro con l’ex uomo-Marlboro).
Unica debolezza che si concede è il rapporto con una giovane giornalista (Katie Holmes), di fronte alla quale abbasserà le difese rischiando grosso – quasi la stessa nemesi che toccherà al suo collega di “Tra le nuvole”.
Restano, in entrambe i film, i dubbi sulla positività/negatività dei personaggi principali. Quanto più Reitman ne mostra il cinismo e la vuotezza morale, tanto più lo spettatore è portato a scavare nelle ragioni che portano a tale comportamento. Da una parte ci sono la faccia simpatica e le giustificazioni che si danno, dall’altra le situazioni pesantissime come lo choccante rapporto con il figlio, che venera come proprio eroe e modello il padre.
Alla fine, forse, a Reitman interessa soprattutto mettere in scena film che spiazzano, rovesciando i valori attesi come negativi (il fumo che causa il cancro, la gravidanza di un’adolescente, i licenziamenti) e costringendo lo spettatore a specchiarsi in qualche modo nelle contraddizioni del mondo di oggi che, in un modo o nell’altro, potrebbero essere le sue.
Il tutto senza mai prendersi troppo sul serio.

(Operazione Cyrano. Con Holdme ci siamo sfidati a inventare una poesia d’amore per interposta persona. Questa è la mia, da parte sua, per un suo immaginario amato. Non so se mi sono spiegato…)

Vorrei essere un cane randagio
Di quelli messi male ma simpatici
Per poterti aspettare sotto il portone
E farti gli occhi dolci
Come so fare soltanto io
E poi seguirti per un po’
Accelerando quando provi a scappare
Più forte quando ti metti a correre
Sbattere il muso nel cancello
Se entri al lavoro
Contare le ore che ti separano dall’uscita
Farmi trovare lì fuori
Ancora gli occhi dolci
E ancora correrti dietro
Slalomando tra le tue bestemmie
E poi superarti
Sparire nel nulla
E farmi ritrovare sotto casa tua
Vedere la tua faccia stupita
Vagamente incazzata
Vedere che alla fine sorridi
Mi dici che ho vinto
Ti accucci per abbracciarmi
E finalmente sento il tuo odore

Ryan Bingham e Larry Gopnik sono due che hanno a che fare con la sfacelo della vita quotidiana, anche se da punti di vista diversi.

Ryan (un George Clooney che gigioneggia a più non posso) è lo spietato tagliatore di teste in Tra le nuvole, il nuovo film di Jason Reitman (Juno, Thank you for smoking). Il suo mestiere è gestire lo sfacelo, spiegare in modo asettico il disastro alle persone che stanno per essere licenziate. “Lei riesce a dormire la notte?”, gli chiede uno dei suoi intervistati. E lui, in effetti, ci riesce perfettamente. Perchè si è inventato la “teoria dello zaino”, che racconta in convention in giro per il Paese.

Una teoria secondo la quale dobbiamo tenere lo zaino vuoto, di cose e affetti, per marciare veloci e morire più tardi. Tutto sembra perfetto nella vita di Ryan, nel suo rilassato rincorrere di miglia aeree, nel suo essere il killer perfetto per le aziende che devono congedare (non si dice licenziare) i loro dipendenti. Tutto sembra perfetto, ma l’incontro con due donne – una giovane neoassunta e una donna in carriera – cambieranno il suo modo di portare lo “zaino”.

Larry invece vive negli anni Sessanta, provincia americana. Lì si svolge l’ultimo film dei Fratelli Coen, A serious man. Larry è una persona seria, uno che non fa male a nessuno. Forse un po’ rigido nel suo lavoro di professore universitario, quando nega la sufficienza a uno studente coreano che rischia di perdere la borsa di studio. Forse un po’ stupido nel non percepire le distrazioni della moglie.

Abbastanza ingenuo da infilarsi nell’uragano senza nemmeno accorgersene e incapace di affrontare lo sfacelo che lo travolge con nient’altro che non sia il suo piagnucolare e le vane richieste di aiuto ai rabbini della sua comunità. Comunità che viene raccontata con la consueta maestria dai fratelli Coen, tra sarcasmo e disperazione.

“Tra le nuvole” è una buona commedia, sufficientemente cinica anche se Reitman perde in più punti la sfida che si è dato di far convivere il suo stile anticonvenzionale con una commedia romantica. Mi ha fatto tornare in mente il microfilm italiano “Volevo solo dormirle addosso”, con Pasotti, ottimo nel raccontare vita e disonori del tagliatore di teste.

“A serious man” è il solito film diretto in modo strepitoso dai Coen. Surreale, asfissiante, imperdibile.

E’ lei che voglio

Non prendo mai la prima bottiglia del latte, sullo scaffale del supermercato.
Frugo, scosto, allargo, e raggiungo l’ultima là in fondo.
Quella che è rimasta più fresca, almeno nella sua breve vita in questo frigo.
Quella che ha la scadenza più lontana e perciò è stata nascosta dal merchandiser – questo è il nome che nel gergo si attribuisce all’omino in camice bianco che lo carica – per vendere prima quelle che scadono.
Quella, voglio.
Anche se so che prima di questo fresco magari ha preso una botta di caldo in magazzino.
Anche se so che lo consumerò ben prima di quella scadenza, e anche di quella della sua omologa in prima fila.
Ma quella, voglio.
Altra gente che ragionava così: Charles Manson, Andrey Chikatilo, Olindo Romano e svariati altri.

(Secondo me è dovere di ogni cittadino italiano quello di aiutare Jovanotti a riempire le sue canzoni di banalità, se non vogliamo che rimanga senza e vada in crisi. Io la mia parte l’ho fatta)

Un panino al prosciutto
non c’è niente di brutto
un filmato venuto un po’ mosso
il cavallo che vince da scosso
il semaforo è rosso
un bambino che se la fa addosso

quattro vigili urbani
aspettando domani
una multa, divieto di sosta
un gabbiano un po’ sordo
qualche amaro ricordo
una nota di Guantanamera

un amico che rispetta i patti
il pensiero che prima o poi schiatti
se poi capita lavando i piatti
io ci penso e ne rido da matti

sette gatti in cantina
ottocento in cucina
invasione di bestie feroci
che poi scappan veloci
le scarpette da corsa
la cugina di un’orsa
una ricca seduta di borsa

il vicino di zia Filomena
che le suona una sera per cena
lei gli offre sformato di iena
e poi guardan le foto di Siena

(piano)
l’orologio di marca
la vela di una barca
tante macchine su una bisarca
soli su una collina
che facciamo l’amore
stando attenti a non fare un errore

(pianissimo)
un miliardo di cose
tutto quello che pensi
me lo dai e ci fo una canzone
una musica furba
la mia faccia da schiaffi
la mia zeppola che fa schiantare
ci ho pensato un po’ tardi
posso farci i miliardi
con un film per colonna sonora
baciami ancora
(ah no, questa l’ho già fatta)

Lost in filmation

Ci sono libri che non possono diventare film, punto. Perchè il loro essere indimenticabili non sta nella storia che raccontano, e che quindi si presta a una traduzione in scena recitata. Sta piuttosto nel clima che creano tra loro e il lettore, negli ammiccamenti, nelle citazioni, nello stile, in tutte quelle cose che quando chiudi l’ultima pagina te li fanno mancare.
Così sarà, probabilmente, con “La versione di Barney”, che sto leggendo con colpevole ritardo e che diventerà un film con il bravo Paul Giamatti nei panni del protagonista e Nientemenochedustinhoffmann in quelli di papà Izzy, prode poliziotto ebreo.
Un altro libro, decisamente più dimenticabile, che però prova questa teoria dell’intraducibilità in film, è “L’eleganza del riccio”, visto l’altra sera. Tutti i pensieri filosofici della colta portinaia Renée, ossatura della prima parte, spariscono nel nulla e sono sostituiti da grugniti. I pensieri suicida della piccola Paloma invece, altrettanto importanti, sono stati mantenuti come voce fuori campo, spesso con un odioso effetto di eco e di sovrapposizione.
La giovane regista si è dovuta inventare un paio di escamotage per evitare che il film risultasse pochissima cosa. Ha infatti sostituito il linguaggio scritto del libro con quello metacinematografico – la piccola Paloma riprende tutto con la sua telecamera amatoriale – e con quello dei disegni, che la bambina anima in cartoni animati peraltro decisamente belli.
Il film resta comunque una cosa mediocre ed è stato snobbato dal grande pubblico che aveva invece decretato l’inaspettato successo del libro.

Articoli precedenti »